Paka Pepe Paki Cae - Bangladesh
Paka Pepe Paki Cae - Bangladesh
Paka Pepe Paki Cae - Bangladesh
In Bangladesh gli interruttori delle ventole vanno al contrario. Mi ricordo che nella notte della giungla ci si metteva una vita a capire come farli funzionare. E così i gesti della testa per dire sì e no, e il contare con le dita. Tutto al contrario. Per non parlare del tempo; va così lento che a volte sembra andare all’indietro.
Adeguarsi all’Altro e all’Altrove è irritante all’inizio. Ma la missione ti costringe a farlo e a stravolgere tutto quello che ti aspettavi. Anche te stesso.
«Paka pepe paki cae» è uno scioglilingua bengalese che vuol dire ‘gli uccellini mangiano la papaya matura’. I bambini si esercitano a recitarlo velocemente nelle vie dei bazar della capitale. È da loro che lo imparo in questo mese di avventure attraverso il paese.
Viaggiando a bordo di un pulmino di suore canterine, la strada mi ha portato a visitare cinque comunità con i loro ospedali e scuole, a camminare tra le risaie e la giungla, a partecipare alle feste delle tribù del luogo fino a sfiorare il confine con l’India.
Ma tutto è incominciato da Dhaka.
I. Dhaka
12 agosto, Casa provinciale delle suore
Il termometro oggi è fermo sui 35 gradi e registra un’umidità all’89% ormai da cinque giorni. La pioggia, nonostante sia la stagione dei monsoni, si fa ancora attendere. Nel convento delle suore dell’Immacolata si prega san Giuseppe affinché interceda per far cadere qualche goccia; nel frattempo andiamo al mercato a comprare provviste per la cena.
Qui vige la legge del più veloce. I semafori ci sono ma nessuno li guarda. Passa chi si muove per primo ed è più grosso degli altri. I guidatori sono abituati, sanno quando frenare; per questo, a parte grandi spaventi, non arrivano mai notizie di incidenti. Nelle strade ad alta velocità, invece, i bus sfrecciano come saette invadendo costantemente le corsie opposte e le morti sono all’ordine del giorno.
Qui vige la legge del più veloce. I semafori ci sono ma nessuno li guarda. Passa chi si muove per primo ed è più grosso degli altri. I guidatori sono abituati, sanno quando frenare; per questo, a parte grandi spaventi, non arrivano mai notizie di incidenti. Nelle strade ad alta velocità, invece, i bus sfrecciano come saette invadendo costantemente le corsie opposte e le morti sono all’ordine del giorno.
Intorno ai bus c’è un mondo di corruzione straordinariamente ramificato, come del resto in ogni branca dell’amministrazione bengalese. Qualche giorno prima del nostro arrivo per le strade di Dhaka ci sono state molte proteste di studenti. Queste proteste, pacifiche, hanno avuto i loro frutti: molti controllori hanno incominciato a salire sui mezzi per verificare la licenza dei guidatori. Temendo ciò, i bus irregolari – la maggioranza – hanno smesso di circolare. Tutti però sono sicuri che questa situazione sia destinata a durare poco e tutto a tornare come prima.
14 agosto, Slum di Mirpur
Padre Quirico Martinelli calpesta questi violetti di fango dal 1975. Ha deciso di portarci qui oggi. Saluta tutti e scambia qualche parola con alcuni. Ci raccontano come è andata la giornata e ci chiedono: «cosa hai mangiato?» È questa la domanda con cui comincia ogni conversazione, prima ancora di «come stai?».
È qui che – scopro con sorpresa – la gente è più accogliente che altrove. Sono contenti che qualcuno li venga a trovare; aprono volentieri le loro porte che si affacciano su piccolissime stanzette colorate. Non c’è spazio per la tristezza o l’autocommiserazione; al contrario, si respirano accoglienza e pace.
II. In viaggio verso la campagna
20 agosto, in viaggio verso Dhanjuri
Ore 6:15, umidità 79%. Niente aria condizionata. Un pulmino di suore chiacchierone e canterine. Dieci ore per coprire meno di trecento chilometri. Dieci ore in cui i finestrini mostrano l’infernale capitale lasciare spazio pian piano al quartiere industriale di Zirani, alle strade sterrate e poi, finalmente, a indefinite distese di verde.
L’avventura continua a bordo dei classici van, biciclette con assi di legno impiegate per trasportare merci, bestiame, persone. Le chiome degli alberi chiudono la via ai raggi del sole, abbracciandosi alle nostre spalle. La strada per Dhanjuri è piuttosto dissestata ma Selim, che ci guida alla scoperta delle risaie al tramonto, non dovrà badare solo alle buche: dovrà scansare capre, papere e maiali – e sopportare suor Teresa che ad ogni sobbalzo esclama «Oporomeshòr» (‘O mio Dio’, in bengalese).
Poco dopo saliamo su un cng, il taxi dei bengalesi (un trabiccolo simile alla nostra ape car ma senza porte né finestre). Guardo Suor Cristina: vive in questi paesi da più di sessant’anni e non si stanca mai di guardare la sua gente.
L’avventura continua a bordo dei classici van, biciclette con assi di legno impiegate per trasportare merci, bestiame, persone. Le chiome degli alberi chiudono la via ai raggi del sole, abbracciandosi alle nostre spalle. La strada per Dhanjuri è piuttosto dissestata ma Selim, che ci guida alla scoperta delle risaie al tramonto, non dovrà badare solo alle buche: dovrà scansare capre, papere e maiali – e sopportare suor Teresa che ad ogni sobbalzo esclama «Oporomeshòr» (‘O mio Dio’, in bengalese).
Poco dopo saliamo su un cng, il taxi dei bengalesi (un trabiccolo simile alla nostra ape car ma senza porte né finestre). Guardo Suor Cristina: vive in questi paesi da più di sessant’anni e non si stanca mai di guardare la sua gente.
Ci sono 32 gradi e l’aria è satura. Tra poco – dicono le suore – pioverà ancora. Oggi ha già piovuto quattro volte e ogni volta porta con sé una nuova brezza miracolosa, anche se per poco tempo. Siamo arrivati a Dhanjuri che significa “paese del riso”, per le risaie che vi crescono intorno.
III. Dhanjuri
21 agosto, Dhanjuri
Dopo un viaggio di circa dieci ore nella giungla, l’accoglienza è simile a quella che si racconta venisse riservata alle regine ospiti in paesi remoti. La sacralità secolare della tradizione ci ha donato, in ordine: un fiore appena colto dal giardino, un canto di benvenuto (“Shagotom”) e un banchetto a base di pesce e banane in brodo. Per finire, dal momento che le strade del villaggio sono fangose, alcune donne si sono chinate per dar vita al rito che si ripete da secoli: la lavanda dei piedi. Ai loro inchini rispondiamo coi nostri.
21 agosto, Dhanjuri
Dopo un viaggio di circa dieci ore nella giungla, l’accoglienza è simile a quella che si racconta venisse riservata alle regine ospiti in paesi remoti. La sacralità secolare della tradizione ci ha donato, in ordine: un fiore appena colto dal giardino, un canto di benvenuto (“Shagotom”) e un banchetto a base di pesce e banane in brodo. Per finire, dal momento che le strade del villaggio sono fangose, alcune donne si sono chinate per dar vita al rito che si ripete da secoli: la lavanda dei piedi. Ai loro inchini rispondiamo coi nostri.
26 agosto, Dhanjuri
In Bangladesh le case della popolazione ricca sono fatte di mattoni. La maggior parte delle famiglie si deve accontentare invece di pareti d’argilla e tetti in lamiera. Oggi, camminando per queste stradine dopo una notte di pioggia torrenziale, vedo alcuni muri sgretolati e cospicue parti di case trascinate via dall’acqua. All’alba gli uomini erano già immersi nelle pozze per estrarre l’argilla che poi sarebbe stata lasciata essiccare al sole. La casa deve essere ricostruita in fretta.
28 agosto, Dhanjuri
Oggi è il grande giorno. Quello che nei conventi di Dhaka e di Dhanjuri si aspettava con trepidazione da mesi. Le tre novizie Cecilia, Happy e Merina diventeranno suore, ognuna nel suo paese natale. Noi potremo festeggiare Sister Merina che qui ha la sua famiglia e la sua casa; le altre due ragazze sono partite ieri sera al tramonto per tornare nelle loro comunità di origine. All’alba tutto è già pronto per le celebrazioni: alcuni fiori hanno deciso di spuntare per rendere più bello questo giorno.
Ieri pomeriggio c’è stata la cerimonia di purificazione delle tre novizie che tra poco si aggiungeranno a questa combriccola di suore. La tradizione hindu vuole che, la sera prima delle nozze, si cosparga la fronte degli sposi di zafferano e olio; è bastato poco perché quest’usanza superasse i suoi confini e coinvolgesse anche le future suore. La cerimonia invece questa mattina si terrà nella chiesetta di Asshapara, ‘il villaggio delle anatre’. La processione sta per cominciare.
Ieri pomeriggio c’è stata la cerimonia di purificazione delle tre novizie che tra poco si aggiungeranno a questa combriccola di suore. La tradizione hindu vuole che, la sera prima delle nozze, si cosparga la fronte degli sposi di zafferano e olio; è bastato poco perché quest’usanza superasse i suoi confini e coinvolgesse anche le future suore. La cerimonia invece questa mattina si terrà nella chiesetta di Asshapara, ‘il villaggio delle anatre’. La processione sta per cominciare.
Il corteo è guidato da un gruppo di cantori e danzatori vestiti con foglie di palma; seguono in fondo ragazze in sari giallo e rosso con cesti colmi di offerte. La chiesetta è in mezzo alla radura, all’ombra di un albero gigantesco. Le ciabatte sono tutte fuori, segno che tutti sono già dentro.
Qui uomini e donne ascoltano la messa rigorosamente divisi, retaggio della vicina cultura islamica. Bambini e ragazzi stanno in prima fila, cantano a cappella, suonano il toblà (il tamburello) e l’armonium (una specie di piccolo organo a soffietto). Oggi ho avuto l’onore di suonarlo anche io.
Qui uomini e donne ascoltano la messa rigorosamente divisi, retaggio della vicina cultura islamica. Bambini e ragazzi stanno in prima fila, cantano a cappella, suonano il toblà (il tamburello) e l’armonium (una specie di piccolo organo a soffietto). Oggi ho avuto l’onore di suonarlo anche io.
La festa si riversa nei cortili delle case e le pentole si riempiono di riso e dal (lenticchie); enormi colonne di fumo si innalzano riscaldando ancor di più l’aria già umida del villaggio. Ci si siede tutti intorno alla tavola e si incomincia a mangiare rigorosamente con la mano destra. Riso, pollo, verdure cotte e zuppa di lenticchie sono la base della dieta di qui e tra poco finiranno sulle tavole delle persone che ho incontrato.
5 settembre, Dhanjuri
Ciò che di più prezioso porto a casa è una diversa dimensione del tempo. Il tempo del Bangladesh che all’inizio mi dava così fastidio e che ho imparato ad apprezzare in questo mese. Il tempo che dipende dai monsoni, dalla strada, dal caldo. È un po’ come uno di quegli interruttori delle ventole che funzionano al contrario e che all’inizio spazientiscono. Qui ho imparato che si tratta semplicemente di togliersi via l’orgoglio, di scrollarsi dai sandali quella polvere che ci impedisce di camminare liberi e leggeri.
9 settembre 2018
Alla fine l’ultima notte nella giungla è arrivata. L’ultima notte in cui la corrente può andarsene da un momento all’altro per lasciar posto al fresco umido e ai rumori della natura. Mi sento a casa finalmente dopo tanto tempo. Perché quando c’è amore, c’è cura, non si può fare a meno di respirarlo. Lascio questo posto sapendo che sarò sempre accolta come una figlia e una sorella da questa famiglia, in questo villaggio tra le risaie del Bangladesh. A questo penso mentre rigiro tra le mani un angioletto di iuta che mi hanno appena regalato. Osservo un quadro appeso nella cucina del convento, raffigura alcune cime delle Dolomiti. Mi immagino il freddo, così in contrasto col caldo di qui. Tra poco lo rivivrò sulla mia pelle.
